Il senso di una vacanza
Verrebbe da dire che le vacanze sono un’invenzione moderna. Lo stato naturale dell’essere umano – se possiamo chiamarlo così – è il lavoro, che va alternato al riposo. Ma il riposo non è la vacanza – o, quanto meno, non necessariamente le due cose coincidono. Il riposo è funzionale al lavoro, cioè serve per farlo al meglio. La vacanza, invece, è qualcosa di altro dal lavoro: la parola stessa deriva da vacatio, quindi “vuoto”, “sospensione di qualche cosa”, “esenzione da qualche obbligo”. La vacanza perciò si pone come una sorta di rivendicazione: una richiesta di uno spazio e di un tempo libero e proprio, altro dal tempo costretto e imposto del lavoro. Non a caso è un tempo che viene spesso sbandierato, diventando quasi un atto performativo. Per questo, le vacanze spesso non sono riposanti: sono invece dei momenti accuratamente scelti e pianificati, in cui si visitano luoghi e si fanno attività molto diverse dall’abitudinario, e lo si fa spesso con un trasporto e una dedizione che possono pure risultare spossanti. Queste attività possono essere certamente piacevoli e arricchenti, ma sbaglieremmo a pensare che siano un diritto in senso stretto o un necessario contrappeso al lavoro. Da dove viene questo nostro diffuso e profondo desiderio di andare in vacanza, di staccarci completamente dal lavoro, quasi a volerne fuggire? Probabilmente, dal fatto che per molti il lavoro ha perso sempre più di senso. Non dobbiamo distaccarci tanto dalla fatica e dallo stress, ma dall’insensatezza di quello che facciamo. Tutti noi ci diamo un gran daffare per sembrare continuamente impegnati o quanto meno nel professare di esserlo. Tutto questo lo chiamiamo spesso “stress”, o persino “burnout”, ma probabilmente è qualcos’altro: iperstimolazione e senso di alienazione. Da qui il nostro bisogno di vacanze: di impegnarci nel costruire un’esperienza che sentiamo sia pienamente nostra sia nella progettazione che nell’esecuzione. Ma se il senso del lavoro viene meno anche quello delle vacanze diminuisce, perché non diventano più un intervallo o il premio per un’attività svolta, ma uno sfogo da una situazione spiacevole e inevitabile. Una specie di “ora d’aria”. Forse, più che desiderare “una vita in vacanza” come diceva una canzone di qualche anno fa, dovremmo cominciare a desiderare una vita meno inutilmente impegnata. Vale a dire, invece che una vita personale di vacatio, di “vuoto”, una vita collettiva più piena e sensata. Il tempo delle vacanze è una minima parte rispetto a quello che viviamo lungo l’anno. Eppure, per tanti, è la parte più attesa. Perché non è un dover fare, ma un dover essere. La vacanza è il tempo della libertà, non come liberazione dallo studio, ma perché obbliga alla fatica e alla responsabilità della libertà e della sincerità. È il tempo in cui viene a galla quello che uno vuole veramente. Che ci sia la possibilità, lungo l’anno, di prendersi del tempo per stare con se stessi, senza dover dimostrare niente a nessuno, di vivere le giornate in compagnia di ciò che ci sta più a cuore, con le persone a cui teniamo di più, crediamo siano alcuni dei motivi che ci fanno desiderare le vacanze. In un certo senso sono l’appuntamento con la verità di noi che, prima che nel fare, è nel nostro essere. Gli stessi gesti dello scegliere dove andare, dell’impiegare delle risorse economiche, del preparare le valigie, del pianificare la partenza… dicono di un impeto in noi che grida silenziosamente l’urgenza di ritrovare il motivo per cui viviamo. Avviene solo durante le vacanze? Certamente no, ma sono l’habitat naturale della verifica del nostro desiderio. Molti si annoiano più in vacanza che al lavoro e altrettanti anelano la solitudine quando lavorano e poi si vanno a infilare in pochi metri quadrati affollati da decine di ombrelloni. Come è possibile? Noi vogliamo il tempo libero, ma in realtà ne abbiamo paura. Perché? Proprio perché è libero, proprio perché è vuoto. Proprio perché è il tempo della libertà, è tempo della scelta. Noi vogliamo tutto il tempo, perché l’unica cosa che il nostro cuore anela è l’eternità, ma poi quando abbiamo il tempo scopriamo il suo paradosso. Solo chi è in vacanza anche quando lavora, sa cosa è la vacanza. Solo chi è libero nella fatica quotidiana, può godere il tempo della festa e viceversa. Le vacanze parlano del paradiso, luogo in cui avremo tutto il tempo: saremo sempre liberi, perché saremo davvero figli, senza niente che possa offuscare questa condizione. Il nostro tempo sarà solo tempo dell’amore ricevuto e dato. L’amore non vuole durata, ma eternità, a noi non soddisfa che le cose durino (tanto non durano), ma che siano piene, nell’istante. Il paradiso – anche sulla terra – non è durata e immortalità, ma pienezza dell’attimo, eternità. Ecco quale è il vero tempo libero: quello che ha in sé la pienezza e nelle vacanze abbiamo semplicemente più possibilità di sceglierlo. Una chiacchierata con un amico, un bel libro, una passeggiata con la moglie, una nuotata con un figlio, una cantata sotto le stelle, o altro ancora. Solo se avremo il coraggio di donarlo il tempo si libererà. Buone vacanze a tutti, ovvero per chi ci andrà e buon lavoro per tutti gli altri. Noi torneremo in redazione lunedì 24 agosto: nelle case ed in edicola “L’Azione” la troverete giovedì 27 agosto. A presto!
Carlo Cammoranesi









