Una solitudine che uccide
Quello che accade spesso è una provocazione per ognuno di noi, non ci lascia indifferenti, non passa sopra come l’acqua senza scalfirci. La pericolosa china intrapresa, che con spaventosa escalation, coinvolge tanti dei nostri giovani ci ripropone di affrontare il tema, con un approfondimento più acuto, partendo proprio da loro, dai ragazzi, dalle ragazze, da quella fascia della nuova generazione che sente un vuoto, percepisce un distacco, si incunea in una solitudine che fa solo danni e non viene in soccorso. Molti di loro leggono il nostro giornale, ci interpellano, ci stanno dietro, collaborano e aspettano un segno di approvazione, di gratificazione, di vicinanza. Insomma ci sono giovani oggi che possono “accendersi” senza scatenare violenze per annullare la noia e provare brividi di adrenalina. Sentirsi ugualmente protagonisti. Con la violenza paghiamo il fallimento educativo della nostra società, borghese e avvilita. Quando le parole mancano, quando sono spente, vili e mute allora prende campo la violenza. Nei ragazzi adolescenti è così. Come accade nei bimbi piccoli. Che se non imparano le prime parole fondamentali per stare al mondo (tu, io casa, desidero...) non stanno muti, ma adirati graffiano e rompono. Anche gli adolescenti sono nel momento in cui dovrebbero imparare le altre parole importanti per stare al mondo: amore, dolore, pazienza, perdono, desiderio, rispetto, lavoro. E invece li abbiamo privati del senso profondo di queste parole, riempiendoli di chiacchiere, di parole burocratiche, di parole morte, superficiali, moralistiche, politiche. Di parole comode per gli adulti che le pronunciano. Che tengono al sicuro la nostra coscienza ma non dicono nulla alla loro. Quante volte abbiamo assistito, scalpitando e infine graffiando, a ritrovi dove adulti sussiegosi a scuola o in chiesa o in luoghi pubblici si rivolgevano ai ragazzi con parole che non dicevano nulla alla loro carne, al loro sangue, alla loro anima. Parole comode per chi le pronunciava. Adulti a bearsi di parlare ai ragazzi usandoli come pubblico della loro vanità. E, colmo della irresponsabilità, si oppongono a un parlare banale e surreale, da un lato la lingua della punizione e dall'altra quella della seduzione. Entrambi metodi inappropriati. Strategie. Mentre coi giovani non bisogna usare strategie (sono mica scemi) ma occorre vivere il rischio educativo di essere adulti. Occorre dire le verità in cui si crede e su cui si fonda la propria vita, mostrarle, sfidarli a sperimentarle o criticarle. Occorre prendere sul serio il loro cuore ardente se si ha un cuore ardente per farlo. I cuori tiepidi non educano, al massimo “badano” i giovani. Non esiste un’emergenza giovanile, esiste una questione educativa che riguarda l’umano. Molti secoli fa un’assemblea di vescovi si riunì a Costantinopoli per affermare che più l’umano si avvicina al divino, più l’umano diventa umano. La questione educativa sorge sempre da una lontananza tra l’umano e il divino, tra il desiderio di cui l’uomo è fatto e il bene assoluto e gratuito che può compierlo. La distanza da quel bene è la lente con cui leggere ragazzi come Atif, il diciottenne che si scaglia contro un compagno forse per punirlo o forse per dargli un avvertimento in seguito a una presunta storia di gelosia, e tante altre storie di giovani o adulti rimasti soli nella deriva del mondo post-illuminista del nostro tempo. La cifra di Atif è la solitudine radicale in cui più di un ragazzo si ritrova, in cui in tanti crescono, in cui a volte il punto è sopravvivere. Se siamo soli e incerti dell’amore, ogni mezzo diventa lecito per affermare il nostro diritto a esistere. Gli altri diventano un nemico e la realtà si rivela bastarda, figlia di nessuno. Nessuno dimentica il dolore di Abu, il suo essere ridotto a cosa, la sua posizione di ragazzo che va a scuola per imparare e crescere e si trova una coltellata alla milza. Ma il punto di Abu è che esiste Atif, il punto di Abele è che esiste Caino e, finché non si comprende da dove venga l’ira di Caino non finirà mai la teoria degli Abele. L’unica responsabilità dell’adulto è verso la propria solitudine, verso il proprio dolore: ciascuno, infatti, trasmette solo la compagnia che riceve, l’amore che lo salva. Educare non è una performance adatta a caratteri brillanti, né è una strategia per pazienti pedagoghi; l’educazione è un fatto che proviene dalla realtà e dalla comunità, è qualcosa che accade prima che un docente entri in classe e che riguarda lui, la sua umanità mendicante di fronte al mistero del vivere. E questo vale per genitori, educatori, catechisti: Atif non si educa, si incontra. Il dolore di Abu non si commemora, si ascolta. Certo, nessun incontro si ferma lì, si riduce a un impatto più o meno emotivo, ma ogni incontro diventa rapporto, ogni rapporto diventa cammino e ogni cammino diventa luogo in cui una generazione consegna all’altra saggezza, strumenti di lettura, prospettive. Il punto decisivo è che non si comincia mai dalle regole o dalla morale, ma tutto inizia con un fatto di vita, con un movimento che da me, adulto, arriva a te, ragazzo, nella banalità di un saluto, di una battuta, di un caffè. All’inizio della civiltà occidentale c’è un poema – l’Iliade – il cui proemio dice: “Cantami o Diva, l’ira del Pelide Achille che infiniti lutti addusse agli Achei”. Raccontami, o Dio, di come un’umanità in preda a sé stessa porti solo morte e smarrimento senza fine. Ciò che spaventa di più è che tanti Atif continuino a ricevere da noi infinite parole, ma nessuna presenza, che le emozioni – vera questione del nostro tempo – siano libere di fluttuare senza avere mai un luogo, uno specchio, un’amicizia adulta in cui guardarsi e capirsi. Perfino Caino, dopo avere ucciso Abele, ricevette da Dio un segno affinché chiunque lo incontrasse non lo uccidesse a sua volta. È quel segno che a volte manca nel cuore dei tanti Atif. È la mancanza di quel segno che genera il dolore di Abu. È tracciare quel segno, che nasce da una compagnia adulta nell’avventura della vita, che rappresenta – oggi più che mai – la nostra unica responsabilità. Non un progetto o un nuovo regolamento, ma un antico – e a volte banale – rischio d’amore.
Carlo Cammoranesi














