Dialogo

Evitare la fuga dei giovani

Sembra che la popolazione residente di Fabriano si appresti a scendere al di sotto dei trentamila abitanti; questo darebbe motivo per aggravare lo sfoltimento dei servizi pubblici già in corso e per ridurre le poltroncine di consigliere comunale, che passerebbero da ventiquattro a sedici. Non abbiamo elementi per confermare la previsione, ma i trend statistici ci dicono che, dopo un massimo raggiunto tra il 2011 e il 2012, si è avuto un costante e progressivo calo del numero di abitanti, con, in più, una contrazione nelle fasce di età al di sotto dei quaranta, quarantacinque anni. Questo, almeno, per quanto risulta alle registrazioni anagrafiche. Si conclude, così, quella che avrebbe potuto essere definita l’“eccezione fabrianese” e cioè la crescita della nostra popolazione in contrasto con il generale storico strutturale spopolamento delle aree montane. Le interpretazioni del fenomeno vanno al di là delle nostre modeste competenze professionali, ma ci sembra di poterne individuare, tra esse, una particolarmente evidente, e cioè il fatto che la voglia di andarsene da qui abbia superato mediamente quella di restarci e che quella di venire a starci si sia esaurita, se si eccettuano, forse, gli immigrati extracomunitari, che rappresentano ormai il dieci per cento dei residenti e contribuiscono, in un certo modo, a frenare lo spopolamento. Sulle cause di tutto ciò, ci rifugiamo anche qui nell’alibi della nostra limitata competenza, ma ci pare di poter individuare, fra le tante, e non certo l’ultima, una certa caduta progressiva della qualità del vivere in questa città. “Qualità del vivere” è un concetto complicato, somma sinergica di numerosi fattori tra i quali l’ambiente sociale, la situazione economica, la disponibilità di servizi, e così via elencando. Non è, comunque, la qualità del vivere percepita dai “benestanti”, i quali, come indica lo stesso nome, stanno bene dovunque si trovino, né quella nascosta dalle pregevoli episodiche manifestazioni culturali che di quando in quando animano il palcoscenico della nostra città; è piuttosto quella che sentono i cittadini comuni pesare sul loro quotidiano, e per la quale quotidianamente si può ascoltare il lamento diffuso. Certamente, Fabriano non si trova a vivere uno dei periodi migliori della sua storia; comunque, non peggiore, assolutamente, di quello vissuto alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, prima che cominciasse il grande sviluppo economico e sociale della città e del comprensorio. Questo deve essere per noi tutti un costante elemento di riflessione, per cercare di capire come quello sviluppo sia stato possibile allora e se e come sia possibile ripeterlo. Certo, c’è stato Merloni e sarebbe sciocco e ingiusto non riconoscerne il merito; ma vogliamo anche ricordare come la gente di Fabriano contribuì al successo con il suo lavoro, spesso con il suo sacrificio, talvolta nel conflitto sociale, ma sempre con la volontà decisa di crescere e migliorare? Tutto ciò, però, è passato, e cambiamenti imponenti e irreversibili -talvolta drammatici- hanno investito anche la nostra città. Proprio per questa ragione è fuorviante pensare di ripercorrere un modello di sviluppo e di rapporti sociali che ha ormai concluso il suo percorso; o di ripetere esperienze irripetibili, o di applicare, al nuovo, metodi obsoleti, o di tornare a una epoca d’oro ormai chiusa nei ricordi, alimentando solo rimpianto e rabbia. Quello che ci serve è riflettere sulle risorse che abbiamo oggi, non su quelle perdute ieri, per combinarle anzitutto in un rinnovato clima di fiducia, base indispensabile per un nuovo sviluppo. Ci serve, insomma, una specie di zero base budget di questa nostra città. Pensiamo alle nostre risorse imprenditoriali: non siamo più una città industriale, lo abbiamo ripetuto spesso, ma abbiamo tuttora imprenditori di primo piano sinceramente impegnati, per quanto li riguarda, per il rilancio della città. Uno di essi ha espresso la volontà di “far tornare a Fabriano i giovani che sono scappati”. Ci piacerebbe che altri lo imitassero, che la loro attività fosse di esempio e di sostegno al nascere di nuove imprese e, soprattutto, servisse a convincere i giovani dell’importanza e del ruolo sociale, oltre che economico, della imprenditorialità. Pensiamo alle nostre scuole: non abbiamo una sede universitaria (ce l’hanno tolta…), ma abbiamo nell’ insieme, un sistema scolastico di primo piano; ci piacerebbe che nelle pieghe dei programmi di insegnamento si trovasse un po’ di spazio per raccontare Fabriano e la sua realtà. Ma abbiamo, anche, un Istituto Tecnico di livello elevato e adeguato a proporsi come polo di ricerca e di tecnologia avanzata. Pensiamo al nostro patrimonio artistico: forse non eccelso ma certamente pregevole, per valore storico e artistico, specialmente dopo gli interventi di valorizzazione attuati. Ci piacerebbe che fosse ampliato il territorio di indagine di ricerca, alla scoperta le parti più nascoste di della città antica. E di tutto ciò, parlare, parlare e parlare, senza sosta. Parlare ai Fabrianesi, perché sappiano che cosa è veramente la loro città e recuperino in essa la loro fiducia; parlarne all’esterno, in grandi operazioni di immagine, essenziali in un mondo in cui l’immagine, purtroppo, conta spesso più dei fatti. L’obbiettivo primo deve quello di far tornare, soprattutto ai giovani, la voglia di Fabriano, di vivere, tornare, lavorare qui. Certo, frenare il decadimento demografico non sarà facile; ma la qualità può far premio sul volume, come in altre città, spopolate, eppure ricche di attrattività o di rilevanza economica mondiale. Non alimentiamo ambizioni superiori alle nostre capacità, ma quelle che abbiamo cerchiamo di metterle a frutto tutte. E mettiamo anche un po’ di ottimismo della volontà nel pessimismo della ragione che ci anima oggi: è possibile, è necessario.

Mario Bartocci