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Steve Bardo: la sua Africa tra basket e conoscenza

A sinistra, Steve Bardo nel 1993 con la maglia della Teamsystem Fabriano in serie A2 (foto di Luca Bartoloni) e a destra recentemente in un

A sinistra, Steve Bardo nel 1993 con la maglia della Teamsystem Fabriano in serie A2 (foto di Luca Bartoloni) e a destra recentemente in un "camp" con i ragazzi in Nigeria (foto Chicago Tribune)

FABRIANO – Ricordate Steve Bardo? Correva l’estate 1993 e il Fabriano Basket (allora sponsorizzato Teamsystem, nell’ultimo dei sei anni di coach Massimo Mangano in panchina) sceglieva di puntare su un play americano: era la prima volta da quando era approdata in serie A che la squadra cartaia si affidava ad uno straniero per la “regia”, fino a quel momento erano stati solo guardie, ali e pivot.

La scelta cadde, appunto, su Bardo: Stephen Dean per l’anagrafe americana, meglio conosciuto semplicemente come “Steve”, classe 1968, ben 196 centimetri di altezza, una bella carriera alla University of Illinois, tanto da raggiungere la Final Four della Ncaa nel 1989, dimostrandosi ottimo passatore ed eccellente difensore. Prima di approdare a Fabriano, per lui, assaggi di Nba in Texas (agli Spurs e ai Mavs) e un po' di Cba, dove coach Mangano sapeva pescare a piene mani.

Ebbene, nonostante queste credenziali, forse per le eccessive aspettative, fin dall’inizio della stagione alla Teamsystem dovette vivere sulla “graticola” dei dubbi e delle perplessità avanzate dalla stampa e dal pubblico. Più play? Più guardia? Le solite questioni, insomma. Ma i risultati arrivavano copiosi e la sua super prestazione nella vittoria interna per 91-83 sulla Telemarket Forlì del compianto Darryl Dawkins e del “rosso” Johnny Rogers sembrava essere la sua definitiva consacrazione: 29 punti, di cui 10 nell’ultimo minuto (si veda la foto), con 16/18 ai liberi, 12 falli subiti e 8 rimbalzi. Sensazionale.

Ma il “condizionale”, quando le critiche sono dietro l’angolo, è sempre d’obbligo. E così appena quindici giorni dopo, il 2 gennaio, nel big-match a Varese tra la capolista Cagiva di Arijan Komazec e la Teamsystem che è seconda con appena due punti di ritardo, sul finire del primo tempo sopraggiunge un aspro battibecco tra Bardo e il dirimpettaio varesino Biganzoli: espulsi. Il “nostro” prosegue contro la "curva" della Cagiva. Un comportamento che il giorno dopo comporta l’inevitabile “taglio” di Bardo da parte della società fabrianese allora presieduta da Giuliano Ceresani. Al suo posto arriverà il funambolico Dennis Williams, a tutt’oggi considerato uno dei più forti americani giunti a Fabriano in ventinove anni di serie A.

L’esperienza di Bardo a Fabriano è durata 14 partite, con 16,8 punti e 4,5 rimbalzi di media; la sua carriera è poi proseguita in Cba, un’altra puntatina tra i “pro” ai Pistons, Spagna (Joventut Badalona), infine quattro anni in Giappone, dove si è conclusa a 32 anni nel 2000, molto presto considerando comunque la bravura del giocatore, ma anche comprensibile vista la molteplicità di interessi e attitudini personali.

Tutto questo preambolo, infatti, proprio per raccontare cosa “è diventato” (e tuttora è) Steve Bardo “dopo” il basket giocato. Già appassionato di comunicazione, argomento del suo corso di laurea da studente, immediatamente dopo aver appeso le scarpe, Bardo è entrato nel mondo del giornalismo americano come reporter e accreditato analista televisivo del “college basket” (attualmente per Fox Sports e Big Ten Network), inoltre – dotato di un contagioso sorriso e di notevoli capacità relazionali – è diventato “motivatore”, “comunicatore” ad ampio raggio, “businessman” dello sport e anche creatore di un “food show” televisivo intitolato “America Loves Food and Sports”, che ha passato in rassegna ristoranti di Chicago, Atlanta, Cleveland e Miami, fino al podcast "Bardo’s Breakdown" che ne ha incrementato la notorietà anche sul web. E mille altre idee, tra cui organizzare un corso online su come produrre uno spettacolo multimediale digitale. Il suo stile è quello del cosiddetto “edutain”, cioè educare e intrattenere allo stesso tempo.

Negli ultimi due anni, poi, nel suo poliedrico profilo è ricomparsa anche la sopita passione per la “storia” e la ricerca delle “origini” dei suoi antenati, che lo hanno portato in Africa: in Guinea Equatoriale per la precisione. Il noto “mal d’Africa” lo ha ricondotto per tre volte nel continente in due anni, nel 2018 ha aiutato a organizzare cliniche in Ghana, nel 2019 ha partecipato ad un "camp" in Nigeria ed è stato impegnato nell’Accademia Nba in Senegal.

A un certo punto, infatti, l’amore per l’Africa si è unito a quello per il basket. Del resto, è una “fucina” di giovani atleti di belle speranze, validi anche per le squadre dei College americani. Alcune settimane fa, intervistato dalla giornalista Shannon Ryan sul Chicago Tribune, ha raccontato un po’ la sua esperienza. «Tutti questi paesi africani stanno producendo talenti – ha raccontato. - La Nigeria è in vantaggio in termini di numeri. Il basket africano presto dominerà il basket mondiale».

Durante il camp in Nigeria, l’anno scorso, Bardo si è fatto molto apprezzare anche dai bambini. «Steve è stato fantastico - ha detto Oliver B. Johnson, che ha trascorso gli ultimi 40 anni in Nigeria per aiutare il basket a crescere in quel territorio nel nord della nazione. - Quando è arrivato, tutti lo adoravano. Ha una personalità molto affascinante. Sa esprimersi bene. È intelligente. I più piccoli gli sono stati sempre intorno. Non abbiamo dovuto dirgli "Steve fai questo o quello", è stato naturale per lui prendere in mano la situazione. Molte volte, anche dopo gli allenamenti, la gente andava in hotel per cercare di incontrarlo e parlare con lui. È molto accessibile, un uomo del popolo».

Bardo è stato colpito dall'entusiasmo dei giocatori: dai giovani principianti in Ghana e Nigeria fino ai prospetti più accreditati del Senegal. «Qui i giovani vogliono essere allenati – ha proseguito Bardo nell’intervista sul Chicago Tribune. - Vogliono essere spinti. Non corrono a casa da mamma e papà. Si alzano e si assumono la responsabilità delle loro azioni. Desiderano un feedback di quello che fanno».

La pandemia da Covid-19 ha un po' interrotto molti progetti. Bardo ha dichiarato che sarà analista per la Basketball Africa League, una Lega di 12 squadre supportata dalla Nba e dalla Fiba. Il lancio della Lega era previsto per marzo, ma è stato ovviamente rinviato a causa del Coronavirus. Oltre a ciò, intende proseguire i suoi viaggi di scoperta personale in Africa e continuare ad aiutare lo sport a prosperare nel continente: «Mi sono innamorato e voglio vedere di più», ha concluso.