Simone Giacchetta: «Maradona… prima ha sempre pensato agli altri, poi a se stesso»
Il Napoli di Maradona stagione 1988/89: il fabrianese Simone Giacchetta è il secondo accosciato da sinistra, tra Renica e Ferrara
FABRIANO - Aveva 19 anni il fabrianese Simone Giacchetta nel 1988. Dopo essersi messo in luce alla Civitanovese con 8 gol a segno in C2, in quella magica estate di trentadue anni fa passò al Napoli. Al grande Napoli di Diego Armando Maradona. Una delle più forti squadre di allora (insieme al Milan degli olandesi Gullit, Van Basten e Rijkaard e alla super Inter di Matthäus, Brehme e Diaz), al fianco del giocatore più forte e famoso del mondo, scomparso ieri a soli 60 anni.
«Provate soltanto a immaginare che cosa poteva significare, per un ragazzo di 19 anni di Fabriano, nel 1988, andare al Napoli di Maradona - ricorda Giacchetta. - E chi li aveva visti mai, dal vivo, i giocatori di serie A? E Maradona poi… e Careca, Alemao… E’ impossibile da raccontare, da far capire».
Simone Giacchetta, classe 1969, terminata la sua lunga carriera da giocatore, dal 2016 è il direttore sportivo dell’AlbinoLeffe, attualmente in serie C. Lo raggiungiamo telefonicamente proprio a Bergamo, nella sede della società, per riaprire l’album dei ricordi all’indomani della scomparsa del “mito” calcistico Diego Armando Maradona.
Simone, cosa hai provato quando hai appreso questa triste notizie?
«Un brutto effetto, tanta tristezza. Ieri pomeriggio (mercoledì 25 novembre, nda) stavamo giocando proprio a quell’ora una partita di recupero. Al termine, fuori dagli spogliatoi, mi hanno comunicato la notizia. In un attimo mi sono tornati indietro tanti ricordi di Diego e di quella straordinaria esperienza al Napoli. Non me l’aspettavo. L’intervento alla testa sembrava essere andato bene. Era giovane, perché 60 anni sono pochi. Maradona fa parte della categoria degli “immortali”, è come se improvvisamente fosse crollato il sogno di vederlo ancora».
Nel 1988, ad appena 19 anni, giovanissimo, entravi a far parte del grande Napoli di Maradona: che sensazione fu per te?
«Una immensa gratificazione sportiva. Fino a qualche mese prima, quei campioni li potevo vedere solo in tv. E si badi bene, non era la tv di adesso, che parla tanto di calcio. Non c’era Sky, né internet. Allora bisognava correre a casa per vedere i gol al “90° minuto” delle 18, oppure aspettare la “Domenica Sportiva” la sera per sapere qualcosa. Stop. Quei giocatori ci sembravano dei miti, che stavano lì quasi irraggiungibili, sapevamo poco o niente. In un attimo, invece, mi ritrovai proprio in mezzo a loro, in una delle squadre più forti di quel periodo, il Napoli, con avversari come il Milan degli olandesi e la grande Inter».
In squadra con Maradona…
«Il più grande di tutti i tempi. Allenarsi con lui, ricevere un passaggio da lui, mangiare con lui, anche vederlo soltanto palleggiare durante il riscaldamento… è stato un grande privilegio, una immensa gratificazione sportiva. Con i piedi sapeva fare delle cose che… nemmeno con le mani».
Ti ricordi il primo incontro?
«Assolutamente sì, come se fosse oggi. Eravamo in ritiro a Madonna di Campiglio. Diego no, sarebbe arrivato qualche settimana dopo perché prima era in una clinica a Merano per perdere peso. La notizia del suo arrivo iniziò a spargersi con un paio di giorni d’anticipo. Venimmo radunati tutti in un cortile e l’addetto stampa Carletto Iuliano aveva il compito di presentarci a Maradona, noi nuovi giocatori, uno ad uno. Lui comparve tra due ali di folla, come al solito. Indossava la maglietta rossa sponsorizzata “Mars” e i calzoncini. Arrivò il mio turno. “Questo è Simone Giacchetta”, gli comunicò l’addetto stampo. Diego mi diede una pacca sulla spalle e disse: “Mi hanno parlato bene di te, benvenuto”. A quel punto per me poteva anche finire tutto lì…».
E invece era solo l’inizio di un sogno che si concretizzò il 9 ottobre del 1988: non è vero?
«Come nelle favole. Prima giornata del campionato di serie A, al San Paolo, contro l’Atalanta, la partita è bloccata sullo 0-0… Mister Ottavio Bianchi mi manda in campo, è il mio esordio in serie A, al 92’ Careca tira forte dalla destra, Ferron non trattiene, mi butto di testa, è gol… Poi il delirio della folla».
Fu una grande festa. Ti disse qualcosa a fine partita Maradona?
«Sì certo, andammo a cena insieme, poi in trasmissione televisiva. Quel gol mi diede la possibilità di essere ben accolto da tutta la squadra, fin da subito: non ero più visto come un giovane e basta, ma come un giocatore “vero” che aveva firmato la prima vittoria. Quella stagione per me fu strepitosa, al fianco del giocatore più forte di tutti i tempi, una esperienza eccezionale che auguro di vivere anche per un solo giorno a qualsiasi ragazzo appassionato di calcio. Non arrivò lo Scudetto, ma vincemmo la Coppa Uefa nella finale contro lo Stoccarda. Al termine della stagione chiesi a Maradona di regalarmi la sua maglia numero dieci. Un po' mi vergognavo, ma mi feci coraggio. E infatti fu un momento bellissimo e di sincero entusiasmo da parte sua. Ancora la conservo gelosamente in un cassetto, con la sua dedica».
Che “capitano” era Maradona?
«Di lui posso parlare solo bene, era una persona eccezionale. Aveva le caratteristiche del “capitano”, perché pensava prima agli altri e poi a se stesso, sapeva rappresentare la squadra e ottenere tutto ciò di cui aveva bisogno. Con noi giovani era educato e rispettoso. Portava tanta allegria ed energia dentro lo spogliatoio. Pur tra le sue fragilità di cui si è parlato, per me è stato un giocatore eccezionale e una persona unica, anche per ciò che ha rappresentato…».
Di Maradona si è detto che fosse il simbolo del riscatto dei “sud”, si trattasse di Napoli o dell’Argentina…
«Non solo. Forse perché veniva da una famiglia povera ed era partito dal basso, Diego era la bandiera della rivalsa sociale, del riscatto del popolo, degli operai, dei bassifondi… sempre dalla parte dei più deboli e sempre contro i “poteri forti”, sempre dalla parte della giustizia, dell’uguaglianza, dei diritti… proseguiva l’ideologia di “Che” Guevara… Il messaggio che Mohamed Alì aveva trasmesso attraverso il pugilato, Maradona lo ha fatto con il calcio, per questo è tanto amato in Sud America, a Buenos Aires, a Napoli e, come vedi in questi giorni, in tutto il mondo. Ripeto, pur con tutte le sue fragilità, debolezze ed errori, Diego è entrato in tutte le nostre case non solo come calciatore, ma di più, è stato “qualcosa di più”. E poter essere stato un suo compagno di squadra, un grande privilegio: come aver recitato in un film insieme al miglior attore protagonista di sempre».
La stagione al Napoli ha rappresentato un trampolino di lancio per la tua successiva carriera? Una “porta girevole” apertasi sul tuo futuro?
«Poteva essere, ma non lo è stata del tutto. Per lo meno nell’immediato. Sulla scia di quella esperienza, è vero, sono passato al Taranto in B, ma dopo il primo anno incontrai delle difficoltà e rimasi quattro e cinque mesi senza squadra. E’ stato in quel momento delicato, probabilmente, che le “sliding doors” si sono aperte nel momento giusto per la mia carriera: andato alla Reggina, sono ripartito dal basso in serie C1 nell’ottobre del 1991 e da lì è nata la mia lunga vita di calciatore in serie B e A, fino al 2005».
Eppure quando dici “Giacchetta”…
«E’ vero, sono stato capitano della Reggina per dieci anni dalla C1 alla serie A, ho vissuto il periodo più bello della squadra amaranto insieme a giocatori del calibro di Pirlo, Baronio, Kallon… sono stato poi a Genoa e a Torino… eppure… eppure ancora oggi, quando vado in giro, mi presento come “Simone Giacchetta” e subito mi sento dire… “ah Giacchetta, hai giocato con il Napoli di Maradona”. Capito? Aver giocato una sola stagione, una, con Diego, mi fa ancora riconoscere trent’anni dopo: tu pensa quanto sia alta la considerazione del suo personaggio, che solo essere accostato al suo nome, fa acquisire a te stesso un’incredibile importanza».















