Chiesa

Scuola di Pace con Satolli

"La guerra non è normale: è l’abitudine che crea un calo di insensibilità". Con queste parole il fotogiornalista Emanuele Satolli, testimone dei principali conflitti internazionali per testate come il Time e il Wall Street Journal, ha scosso la platea della Biblioteca Comunale "R. Sassi" durante il primo incontro del nuovo ciclo della Scuola di Pace, venerdì 27 febbraio. In dialogo con l’operatore di ripresa Rai Gianluca Vergnetta, Satolli ha ripercorso anni di reportage sui fronti più caldi del mondo: dalla liberazione di Mosul dall’Isis alle macerie dell’Ucraina, fino alla drammatica situazione in Cisgiordania e a Gaza. Non è stata una lezione di geopolitica, ma un viaggio nell’umanità ferita, dove l'obiettivo della macchina fotografica diventa l’unico strumento per squarciare il velo dell'indifferenza.

Il volto della trasformazione

Il racconto si è fatto subito crudo quando Satolli ha descritto la battaglia urbana di Mosul: "La guerra ti trasforma", ha spiegato, ricordando come l'esasperazione porti anche gli eserciti regolari a perdere la propria umanità, arrivando a giustiziare i prigionieri sul posto. Immagini che restano impresse non solo sulla pellicola, ma nella coscienza di chi guarda. Particolare commozione ha destato il ricordo di Pete Reed, il paramedico volontario ucciso in Ucraina da un missile a guida laser mentre soccorreva i civili. "Una tecnica chiamata 'doppio colpo'", ha denunciato il fotografo, "fatta apposta per colpire i soccorritori. Un crimine di guerra consapevole".

La vicinanza dei conflitti

Gianluca Vergnetta ha introdotto la serata riflettendo su come parole che credevamo relegate ai libri di storia — riarmo, nemico, leva — siano tornate nel nostro vocabolario quotidiano. Una "guerra mondiale a pezzi", come la definiva Papa Francesco, che oggi sentiamo più vicina, specialmente nel conflitto ucraino dove i civili affrontano l'inverno a -20 gradi senza energia elettrica, usati come pedine di una strategia della sofferenza.

Testimoniare per resistere

"Io sono un operatore di pace", ha affermato Satolli con forza, "cerco di testimoniare la guerra proprio per parlare di pace". La sua scelta tecnica — l’uso di un obiettivo 35mm — lo obbliga a stare fisicamente vicino ai soggetti, a respirare la loro stessa aria, a restituire la spontaneità di un funerale o la dignità di chi prova a raccogliere le olive nonostante le intimidazioni dei coloni in Palestina. L'incontro si è concluso con un invito alla comunità locale: la pace non è un concetto astratto, ma un cammino che richiede reti di solidarietà e informazione corretta. Parlare di guerra, guardarla negli occhi attraverso le foto di chi c’era, è l’unico modo per non abituarsi mai alla sua logica e per continuare a sussurrare, come auspicato da Papa Leone XIV, che la pace deve abitarci "per sempre". La Scuola di Pace di Fabriano continua il suo percorso: torniamo "sui banchi" per restare Umani e a non rassegnarci alla “morte del diritto” seguendo l’invito del Pontefice a farsi “artigiani di solidarietà".

Scuola di Pace “Disarmati e disarmanti”