Cultura

16 dicembre 1519, quando il capitano Zobicco guidò i fabrianesi alla vittoria

I fabrianesi guidati da Zobicco (in alto a sinistra) respingono le soldatesche avversarie ad Albacina (particolare di affresco, chiostro minore di San Domenico, Fabriano),

I fabrianesi guidati da Zobicco (in alto a sinistra) respingono le soldatesche avversarie ad Albacina (particolare di affresco, chiostro minore di San Domenico, Fabriano),

FABRIANO - I vecchi fabrianesi chiamavano il 16 dicembre la “Festa della Madonna delle Grazie”. Una ricorrenza annua pubblica, votata nel 1519, da celebrarsi nella chiesa di San Domenico (Santa Lucia), che ebbe la sua ragione nel singolare favore, ottenuto per intercessione della Vergine, affinché la nostra città, Fabriano, fosse salvata dall’invasione delle soldatesche di ventura che l’avrebbero saccheggiata.

Non è tra le pagine più conosciute della storia fabrianese, ma certamente una delle più epiche e - potremmo dire oggi - “cinematorafiche” che si possano ricordare, con l’orazione del capitano Giambattista Zobicco ai soldati fabrianesi - minori un numero ma superiori in coraggio - che sembra quello di un vero e proprio… “Braveheart”.

Tre anni fa, in occasione dei 500 anni, venne organizzato un convegno ad Albacina - luogo della battaglia - in cui relatori furono Aldo Pesetti e il compianto Giampaolo Ballelli.

Oggi, 16 dicembre, nella ricorrenza della battaglia di 503 anni fa, vogliamo ripercorrere quelle giornate recuperando la ricostruzione storica che “L’Azione” fece in occasione del “quattrocentenario” (il 16 dicembre 1919), quando si svolsero ben quattro giorni di solenni festeggiamenti cittadini. Ricostruzione che a sua volta trae origine dagli scritti inizio settecenteschi di Francesco Carlo Graziosi.

«Fabrianesi - scrisse nel 1919 il nostro giornale, a mo’ di prologo: - l’anniversario che v’invitiamo a celebrare interessa l’arte, la storia, la fede. Riguarda quel giorno in cui forti soldatesche di ventura, variamente accozzate ma spinte da uno stesso desiderio di bottino e di sangue, convergevano da più direzioni verso la città nostra, già duramente provata da due anni innanzi dall’invasione delle milizie spagnole, per toglierle gli ultimi resti dei suoi liberi ordinamenti. Fabriano ebbe fede e fu salva. Un prode suo figlio, Giambattista Zobicco, il quale ne teneva il governo, raccolta intorno a sé una schiera di valorosi, disfece nel piano di Albacina i tracotanti nemici e restituì ai cittadini angustiati la sicurezza e la pace. Dell’isperata vittoria il duce stesso e i magistrati del Comune attribuirono il merito maggiore all’intercessione della Vergine, cui le madri e le spose fervidamente invocarono prostrate ad una bella immagine dovuta al pennello d’un gentile artista; e alla Madonna dell’Umanità e delle Grazie decretarono solenni onoranze, che dovessero ogni anno rinnovarsi a perenne ricordo e attestazione di gratitudine».

Non è certo questa la sede per analizzare le motivazioni che indussero il pontefice Leone X ad inviare un poderoso esercito dalla Marca contro Fabriano, ci dilungheremmo troppo: sia sufficiente dire che molto probabilmente il Papa aveva lo scopo di ridurre la città in totale obbedienza della Sede Apostolica, dopo i tumulti, le sollevazioni e gli eccessi che l’avevano caratterizzata negli anni appena precedenti.

Vediamo invece un po’ più dettagliatamente come avvennero i fatti, in quei convulsi giorni di dicembre di 503 anni fa.

L’esercito “nemico”, sotto il generalato di Renzo da Ceri di Casa Ursino - famoso guerriero - doveva entrare in territorio fabrianese in tre parti: una parte di soldati per la via di Serra San Quirico composta dai numerosi uomini di Renzo da Ceri (benché egli non fosse presente in prima persona) e da Niccolò Conte di Rotorscio che nutriva odio profondo contro i fabrianesi; la seconda parte per Apiro, attraverso la montagna, guidata dal Capitano Masio Cima da Cingoli e dal capitano Mario Orsino; la terza proveniente da Matelica con a capo il Governatore della Marca.

Molti soldati nei giorni precedenti vennero radunati presso Jesi e di questo sospetto movimento di milizie venne a sapere il Castellano di Porcarella, che prontamente riferì al Maestrato di Fabriano con una lettera datata 12 dicembre.

Il Consiglio fabrianese, appresa la notizia, decise di inviare al Papa e al Legato della Marca degli ambasciatori per placare i loro animi maldisposti versi i fabrianesi, ma nello steso tempo si dispose anche di preparasi con armi e approvvigionamenti alla guerra, perché era chiaro come sarebbe andata a finire.

E infatti il Capitano Mario Orsino, passando per la montagna, espugnò rapidamente Porcarella ed altri castelli limitrofi che non poterono essere soccorsi in tempo dai fabrianesi, e scrisse al Governatore della Marca - che, come detto, con le sue milizie si trovava a Matelica - che il giorno seguente secondo gli accordi si sarebbero ritrovati tutti al ponte di Albacina, compresi i soldati provenienti da Serra San Quirico, per mettere in scacco Fabriano, tutti insieme.

Ma il “messo” venne intercettato dalle guardie di Albacina e le informazioni sul “piano” di battaglia vennero inviate ai fabrianesi. Appreso l’imminente pericolo, i cittadini di Fabriano unanimemente deliberarono di combattere. Nello stesso tempo ricorsero agli aiuti spirituali pregando la Madonna delle Grazie in Santa Lucia. La Beata Rufina, appartenente al terzo Ordine di San Domenico, da tutti stimata e venerata per la sua santa vita, profetizzò la vittoria al condottiero fabrianese Giambattista Zobicco.

Zobicco aveva un notevole carisma, frutto delle precedenti imprese, e molti seguaci, la sua fama era notevole, da tutti era temuto, riverito e onorato. Presa in mano la situazione, così parlò ai fabrianesi, stimolandoli maggiormente a combattere, con una orazione da far tremare i polsi, di cui riportiamo alcuni stralci:

«Io non fò professione di volermi opporre alla Chiesa, ne pregiudicar le giurisdizioni del Pontefice, ma stimo bene cosa necessaria per la salute comune fare ogni sforzo, che questi soldati non abbiano da prendere Fabriano… E sono certo che combattendo per la libertà della patria, ognun di voi avrà le forze per dieci: poiché è per voi stessi, e per la moglie, e per i figliuoli che siamo condotti a fare quest’onorata impresa. E se capiterà di venir uccisi… sarà eterna gloria del magnanimo sangue fabrianese. Siate di buon animo, che io prometto darvi la vittoria. E sarò il primo a farvi con la spada larghissima e sicurissima strada nel mezzo degli inimici. Ricordatevi dell’antico valore mostrato in tante imprese e verso tanti popoli dell’Italia».

Rinfrancati da questo sermone, i fabrianesi, guidati dallo stesso Zobicco e da Teobaldo di Guerriero, benché in numero assai inferiore ai nemici, prima di tutto si diressero verso Porcarella, presero l’assedio di quel Castello caduto in mano agli avversari e lo assaltarono con tale fierezza che molti soldati nemici si diedero alla fuga sul lato opposto delle mura.

Una volta recuperata Porcarella, ridiscesero ad Albacina, qui confidando di prendere di sprovvista le altre due schiere provenienti da Serra San Quirico e da Matelica, utilizzando uno stratagemma: Zobicco e Teobaldo, infatti, conoscevano la parola d’ordine (“Masio Masio”) appresa dalle lettere sequestrare al messaggero il giorno precedente e quindi finsero di essere la terza compagnia che avrebbe dovuto riunirsi a loro. La fitta nebbia dell’alba invernale certamente aiutò i fabrianesi nella riuscita del trucco. E fu così che, una volta incuneatesi con l’inganno tra gli sprovvisti avversari, i soldati di Zobicco attaccarono ferocemente tra il ponte di Albacina e la via che porta a Pierosara, mentre il capitano Teobaldo scendendo dalla parte opposta della valle detta Lavacelli troncò ai fuggenti la fuga.

Il 16 dicembre fu un trionfo per i fabrianesi, che sbaragliarono l’esercito avverso, di cui ne furono uccisi oltre sessanta - altri dissero intorno ai cento - fra i quali restò morto il figlio del Conte di Rotorscio, giovane di belle speranze.

Nei giorni successivi, poi, con altri fatti d’armi, vennero recuperate tutte le ville e i castelli brevemente perduti.

Avendo i fabrianesi riconosciuto la liberazione della Patria grazie all’intercessione della Madonna, come già premunito della Beata Rufina, al ritorno in città resero alla Vergine infinite lodi e dal generale Consiglio fu stabilito, con pubblico voto, di celebrare in perpetuo la festa della “Madonna delle Grazie” il 16 dicembre, anniversario della grande vittoria.