Cultura

Carnevale nella storia della città

Una foto d'epoca del 1939 alla Casa di Riposo

Una foto d'epoca del 1939 alla Casa di Riposo

“Carnevale buon compagno, posci venì tre volte l’anno” è il titolo dell’evento che “Fabriano Insolita e Segreta” e “Fabriano Storica” presenteranno giovedì 13 febbraio in collaborazione con la Pro Loco; ma è anche un detto tutto fabrianese, oggi lo chiameremmo “tormentone”, riportato nel 1875 da Oreste Marcoaldi nel suo “Le usanze e i pregiudizi del popolo  fabrianese”, un detto che rivela  come la ricorrenza fosse attesa e partecipata anche da noi, sia in città che nelle campagne. Se vogliamo comprendere il senso profondo di questa festa antica quanto l’uomo, dobbiamo coglierne i caratteri fondamentali che sono rimasti immutati nei secoli, da Babilonia alla Roma Imperiale passando per gli antichi egizi e i greci, fino a condizionare fortemente le nostre tradizioni popolari e in parte la festa attuale. Il concetto cardine che animava la festa era il momentaneo ribaltamento della realtà; durante questo periodo saltavano schemi e ruoli della quotidianità, uno stato di caos sostituiva l’ordine costituito e tutto diventava possibile, anche che gli esclusi diventassero re e regine, che gli schiavi si trasformassero in padroni, gli uomini in donne e viceversa. In questo contesto è chiaro come la maschera nel tempo sia diventata un elemento fondamentale per compiere pienamente queste trasformazioni. La fine della festa sanciva comunque l’instaurarsi di un nuovo ordine che veniva mantenuto fino al Carnevale successivo, una rinascita che dal medioevo è stata in parte assunta dalla Pasqua cristiana. A Fabriano abbiamo notizie di feste e balli in maschera, di giochi popolari, di burle e di castagnole,  lo stesso Marcoaldi ci descrive una città che si trasformava in un “ospedale di pazzi”. Nelle campagne grandi falò annunciavano l’inizio del periodo carnevalesco il giorno di Sant’Antonio Abate (17 gennaio) e altrettanti grandi falò ne decretavano la fine, metaforicamente personificata da un fantoccio fatto ardere insieme alle cataste di fascine. Singolare era l’usanza del canto di questua portato casa per casa da brigate di “monelli” in maschera, ai quali venivano offerti pezzi di lardo, salsicce e dolci fritti. Di questo e di altro si parlerà giovedì 13 febbraio alle ore 21.15 presso il Teatro don Bosco, con l’ausilio di proiezioni inedite e della musica tradizionale live di Nadia Girolamini.