Cultura

Le bolle di sapone di Moschini

Il Covid-19, il lunghissimo lockdown che lo ha costretto a stare in casa per quattro mesi, le emozioni di un artista di fronte alla paura e all’inafferrabilità della vita, sono il cuore dell’ultima ricerca pittorica e plastica di Roberto Moschini, che la presenterà a Fabriano, al suo vasto pubblico di estimatori, il 12 ottobre alle ore 18, all’interno dell’ex Monastero delle Clarisse Cappuccine, in via Cavour 75. La mostra è emblematicamente intitolata «Bolle di sapone», perché l’artista ha voluto inserire in pieno campo visivo le bolle di sapone, che muovendosi liberamente nell’aria riflettono immagini al loro nascere (figure umane, in prevalenza donne), ma che in un attimo, come in una realtà illusoria, svaniscono. Le bolle di sapone divengono, perciò, elementi di vita illusoria che ora in qualche modo, in questo straordinario periodo di emergenza che stiamo vivendo, ci rappresentano. Più spesso Moschini ha lasciato incompiute diverse opere, affinché chi ne fosse entrato in contatto visivo avrebbe potuto poi concluderle secondo una propria particolare visione. È del tutto evidente che con queste immagini, frutto di un attraversamento sensoriale realizzato ad acquerello, l’artista fabrianese ha voluto polarizzare l’attenzione sul periodo della pandemia e, dunque, sul contatto umano che è venuto meno. Lo si intuisce dall’insistenza della presenza di mani di persone di età diversa, dall’abbraccio, dall’attenzione posta a un nuovo incontro con il calore del conforto e della rinascita, in un clima di umanità unita e pacificata. In tal senso non poteva scegliere una sede migliore per mostrare le sue opere. Un luogo, il monastero delle clarisse, che con il suo campanile di san Bartolomeo, il più piccolo dei nove campanili di Fabriano, quasi un’opera in miniatura, ha contribuito a rappresentare per secoli la profonda religiosità della città della carta. Roberto Moschini ricorda teneramente che quando era un bambino di terza elementare, passando sotto le spesse mura del monastero, udiva di lontano come in un incantamento le voci delle suore di clausura dedite al canto, poi il profumo dell’incenso che arrivava alle sue narici. Così, sulle piccole tavolette che un falegname gli regalava e che lui provvedeva a levigare, stuccare e imbiancare, fino a che la superficie al tatto non gli avesse ricordato il velluto, dipingeva con i colori a olio del buon Gustavino proprio quello stesso muro infestato di erbe rampicanti, muro che ora delimita il piazzale Matteotti. Una casualità che nel ricordo unisce e calamita il passato con il presente. Chi visiterà la mostra di Moschini, una vera e propria testimonianza emotiva più che estetica, potrà ammirare anche tre sue opere plastiche legate ad altrettanti eventi eclatanti accaduti in questo lunghissimo periodo di pandemia, che esaltano di converso la bellezza della vita: la morte del maestro Ezio Bosso, da tutti ammirato per la tenacia con cui ha affrontato la sua terribile malattia, senza mai perdere lucidità e sorriso; la fine insensata e crudele del nero americano George Floyd; la scomparsa di Christo Yavasev, l’artista bulgaro morto nel 2020, che Roberto Moschini vide in azione a Spoleto mentre «impacchettava» una fontana inserita in un palazzo del 1700. Al di là di tante parole, consigliamo al lettore di fare la cosa migliore, cioè di recarsi a vedere la mostra che avrà luogo da martedì 12 a domenica 17 ottobre, dalle ore 10 alle 13, dalle ore 17 alle ore 20, verificando di persona come la vena creativa dell’artista abbia trasfigurato uno dei momenti più brutti che abbiamo vissuto dal dopoguerra a oggi in una serena riflessione sul fascino dell’esistenza! Ingresso libero.