Cultura

La liberazione di Fabriano

La mattina del 13 luglio del 1944 le truppe tedesche, sottoposte all’avanzata degli alleati e alle azioni delle formazioni partigiane, abbandonavano Fabriano. Con essi anche i fascisti locali. A rendersene conto intorno alle 5.30 i pochi abitanti rimasti in città, che guardinghi e timorosi, dalle loro case si avviarono in piazza. Dopo circa due ore arrivavano i componenti il C.L.N. e i partigiani dei gruppi Lupo, Tigre e Profili e i compagni dei G.A.P. Per ultimo quelli del gruppo Tana, che aveva avuto un conflitto a fuoco con manipolo di nazisti, che fuggivano verso S. Donato. Successivamente l’ingresso in Piazza del Comune dei militi dell’VIII Brigata Anglo-Americana. L’esposizione della bandiera Britannica e quella Statunitense, su Palazzo Chiavelli, il suono a festa delle campane, il ritorno di tanti sfollati sancivano ufficialmente la liberazione di Fabriano. Gli Alleati vi erano entrati con due colonne: la prima proveniente da Campodonico, Serradica e Cancelli la seconda dalla strada di Collamato e Attiggio. Trovavano una città dilaniata nel corpo e nello spirito dai continui bombardamenti, 55 per la precisione, spopolatasi soprattutto dopo quello dell’11 gennaio del ’44. Timori e necessità avevano spinto i fabrianesi a sfollare nelle campagne e nei centri viciniori, allontanandosi dalle insidie della guerra, con possibilità di racimolare derrate alimentari in campagna, dove s’esercitava la borsa nera e si avevano furti nei campi o nelle aie dei casolari. Meta di parecchi di loro, a cui si aggiunsero famiglie provenienti da Roma e da Ancora, il castello di Collamato, dove trovarono alloggio anche quelle di don Tarcisio, don Dino Grillo e del Commissario di Pubblica Sicurezza di Fabriano Leonardo delle Fave. Ma non sfuggivano alle brutture della guerra, amplificate dalla contrapposizione tra antifascisti e repubblichini. All’inizio di febbraio si stabiliva in paese il gruppo Tigre comandato dal tenente Cardona, cui fungeva da magazziniere Silvio Bartoccetti, mentre la grande casa di Conti Pasquale, sulla strada per Esanatoglia, diventava punto di riferimento per i partigiani. Una presenza che richiamava l’attenzione di tedeschi e fascisti, che il 30 marzo invadevano Collamato, per stanare i ribelli e procacciarsi grassi animali, rovistando case, magazzini e cantine. Ad Angelo Birotti ad esempio erano requisiti una radio, un fucile da caccia ed una damigiana da 55 litri. I pochi partigiani presenti, fra cui il fratello di Cardona, riuscirono a salvarsi fortunosamente. Ai primi di maggio un aereo alleato, forse per errore, lanciava nelle vicinanze del paese spezzoni incendiari, che danneggiarono una casa colonica ed alcuni vigneti. Ferite nell’occasione 4 persone, fra cui il colono Giovanni Battista Vigarelli, investite dallo spostamento d’aria e colpite da frammenti di vetro. Il 9 dello stesso mese, nuovo rastrellamento e relative ruberie operate ad opera di un gruppo di fascisti, capitanati da Adriana Barocci, detta “la belva di Fabriano”. Il 30 giugno alcune avanguardie inglesi, provenienti da Matelica, compivano una breve puntata a Collamato. Da allora il paese, su cui erano puntate batterie di cannoni tedesche attestate sulle alture di Attiggio, diventava terra di nessuno, correndo forti rischi, come ai primi di luglio, quando alcune cannonate colpivano la casa di Angela Gubinelli. Il 13 il passaggio dell’VIII Armata. Era la fine di un incubo, di un conflitto tragico e senza senso. Con la libertà tornavano speranza e voglia di vivere. Gradatamente gli sfollati tornavano alle loro case e il castello di Collamato riprendeva il proprio tran tran quotidiano.

Sergio Bellezza