Albacina ha festeggiato il suo patrono
Sabato 7 giugno Albacina ha festeggiato il suo Santo patrono San Venanzo Vescovo. Prima della Santa Messa, della processione e del momento conviviale, con l’aiuto di Federico Uncini, di Aldo Pesetti di “Fabriano storica” e la direttrice dell’ufficio Beni culturali della diocesi Laura Barbacci, si è parlato del tema: beni culturali e comunità. Questo l’intervento del parroco. Qualche anno fa chiamai Gian Piero Donnini, che venne accompagnato da don Alfredo Zuccatosta, a visionare dei frammenti di affreschi nella chiesa del Gonfalone. Alla domanda di questi: “Quanto è arrivato fino a noi, di opere d’arte? Un 10%?” Donnini ci pesò un attimo e rispose: “Meno”. Sicuramente grandi sono le insidie del tempo. Le cose di questo mondo sono destinate a finire, ma soprattutto se si ragiona con la logica di questo mondo. Ora di quel meno del 10% superstite, una grossa maggioranza è merito di gente che, fuggendo dalle logiche di questo mondo, crede nella vita eterna ed è alla ricerca dell’assoluto, inoltre sa di essere peccatore e di essere bisognoso della sua misericordia. Il rischio di chi pretende di dedicarsi ai beni culturali (anche animato da buone intenzioni) senza però credere in Dio è quello di scivolare facilmente verso strade autoreferenziali. La prova di ciò è il fatto che le più grandi distruzioni di opere d’arte avvennero dopo le soppressioni dei beni ecclesiastici della rivoluzione francese e di Napoleone e quella dell’unità d’Italia. Gente che credeva nella libertà, nell’uguaglianza e nella fraternità, ma che voleva costruire una società senza bisogno del soprannaturale. Per loro la sorte è simile a quella della torre di Babele. Due esempi pratici nella nostra Albacina. Il primo è l’Acquarella che Napoleone rubò alla Chiesa per venderla a privati, si arrivò ad un certo punto in cui se non ci avessero messo le mani la parrocchia e tanti volontari ispirati ai suoi principi sarebbe solo un cumulo di macerie. Il secondo è la chiesa di S. Mariano, degradato dallo stato unitario a deposito per il materiale della ferrovia. Oggi questa chiesa non è più. Quali i meccanismi che portano a ciò? Una chiave di lettura di come il male si può insinuare travestito da bene e fare grandi danni (anche nella conservazione dei beni culturali) la possiamo trovare nei racconti dell’anticristo di Soloiev che scrive ciò nel 1899. L’anticristo secondo Soloviev aveva un talento eccezionale, la sua bellezza e la sua nobiltà, anche per le altissime dimostrazioni di moderazione, di disinteresse e di attiva beneficenza, era inclusivo, dialogante ed aveva amore anche per gli animali; ma queste qualità parevano giustificare a sufficienza lo sconfinato amor proprio che nutriva per sé: il grande spiritualista, l’asceta, il filantropo; e la coscienza della sua alta dignità all’atto pratico non prendeva in lui l’aspetto di un obbligo morale verso Dio e il mondo, ma piuttosto l’aspetto di un diritto e di una superiorità in rapporto agli altri e soprattutto in rapporto al Cristo. Io non debbo raccomandarmi a Cristo! Non debbo vergognarmi dei miei peccati, semplicemente perché io ne so più di Cristo! Soprattutto Cristo per lui non era vivo poiché è putrefatto nel sepolcro e non poteva salvarlo. Ora si smette di credere che Cristo è vivo e che ho bisogno della sua misericordia, si percorrono strade che alla fine rendono precaria la conservazione di quel restante meno del 10%” evocato da Donnini. Guardate la tavola di Giuliano di Fano: se non vi era la consapevolezza che San Sebastiano, S. Antonio e la Madonna non avevano protetto quei devoti dalla peste, non sarebbe stata qui. Guardate la Madonna del Buon Consiglio se non vi era la consapevolezza che la Madonna aveva protetto Albacina dal colera, San Carlo oggi non ci sarebbe più. Guardate la Madonna dell’Acquarella: se non vi era la consapevolezza che la Madonna ci era vicina e ci consola nei momenti della malattia e della morte, quella chiesa non ci sarebbe più.
Don Leopoldo Paloni















