Editoriali

Una possibilità di recupero

È possibile riprendere le fila di un’idea, di un percorso, di un ragionamento in questo martoriato paese? La situazione di dissesto idrogeologico che assedia l’Italia in questi giorni, da Venezia a Matera, dalla Campania al Trentino, dal Piemonte alla Calabria, è la metafora di una nazione imbrigliata nei suoi stessi mali, la corruzione e la burocrazia, una nazione intrappolata in un presente che è diventato una specie di incubo da cui sembra impossibile poter uscire.  Il declino di affidabilità del nostro sistema – forse l’assenza stessa di un sistema – sta spingendo alla fuga decine di aziende investitrici estere e ha già portato alla svendita altrettante realtà imprenditoriali nostrane: si aprono tempi difficili per l’occupazione, per la tenuta dei conti pubblici e per la preservazione del sistema sociale che tanto ha garantito in termini di assistenza e solidarietà negli ultimi settant’anni. La politica sembra essere compressa nell’eterno tentativo di perpetrare se stessa, senza una piattaforma capace di una visione d’insieme delle cose e dei problemi. L’Europa annaspa, con la Gran Bretagna in fuga, la Spagna nel caos, la Francia divorata dal nazionalismo e la Germania alle prese con una difficile transizione.  Un quadro disgregato, insomma, che fa comodo agli interessi isolazionistici statunitensi, alle mire espansionistiche russe e alle strategie di mercato dei cinesi. Ma quanto potrà durare tutto questo? Quanto si potrà andare avanti dentro questa continua emergenza che sembra oggi la vera cifra con cui il paese si prepara ad entrare negli anni venti? Esiste ancora una qualche forma di speranza?  Se provassimo per un istante a trattare l’Italia come una persona, sarebbero diverse le cose da suggerire per provare a ritrovare se stessa e la propria dignità.  Anzitutto le consiglieremmo di fermarsi, di radunare intorno ad un tavolo le aree politiche della nazione per dare vita ad un governo di tregua, di decantazione, col chiaro compito di riscrivere le regole del gioco ed i fondamentali dello Stato. Un lavoro intelligente per imparare a guardare cosa vuol dire tendere ad un bene comune. Poi le chiederemmo di raccontare a se stessa la verità, di dirsi che non ci sono i soldi per far tutto e che con un grande debito nessuno può andare lontano, elencando ai cittadini che cosa non si potrà più fare per circa un decennio, dall’andare in pensione a 62 anni a percepire un reddito senza far niente. Quindi la spingeremmo a prendere sul serio le scelte che ha fatto nella propria “vita”: quella europeista, quella atlantica, quella di mediazione nel difficile ginepraio della politica mediterranea e nella polveriera mediorientale per recuperare la forza di un’identità fondata sul dialogo e sulla mediazione. Sarebbe utilissimo poi tracciare un quadro delle prospettive di crescita che i diversi settori del paese possono avere, impiegando le risorse disponibili nel taglio del costo del lavoro, nell’istruzione e nella modernizzazione delle infrastrutture dei trasporti e di rete, permettendo agli enti locali di sforare il patto di stabilità per intervenire laddove il territorio è più fragile e ha più bisogno di attenzione e di opere di prevenzione.  Dall’emergenza si esce solo recuperando il senso di essere comunità, la forza di un’identità e di un compito, le potenzialità e il contributo di tutti. Con lo sguardo agli anni trenta, facendo di tutto per non fare dell’emergenza permanente e incontrollata la tomba del bene comune in questi anni venti che cominciano.  È vero che il sistema democratico, nato e consolidato per un lungo periodo storico in Occidente, sia in sofferenza in tanti Paesi del mondo, persino in quelli dove i meccanismi della democrazia sono così profondamente radicati da diventare automatismi normali, dopo centinaia di anni. Ora, invece, i rapporti tra i poteri entrano, in diverse occasioni, in crisi anche gravi ed i toni usati dai leader delle attuali forze politiche sono spesso sopra le righe. Le rivoluzioni drammatiche che hanno creato faticosamente le democrazie sembrano quasi rimesse in discussione, ripensate, e si scopre anche, davanti a un passaggio epocale come quello in cui viviamo, che non si possono mai “mettere le brache alla storia” e che probabilmente la democrazia del futuro, per essere salvaguardata nella sua essenza centrale, dovrà subire dei mutamenti, delle modifiche auspicabilmente le più leggere possibili, per evitare di cadere in forme mascherate di autoritarismo e nello stesso tempo per garantire libertà, sistemi economici efficienti, equità e diseguaglianze sociali limitate al massimo. Non ci troppi tempi supplementari per correre ai ripari. Guardiamo per un attimo al dissesto territoriale del paese, una groviera sotto i colpi del maltempo. Piove di più, in modo più violento e concentrato, ma non compriamo l’ombrello. Si dice sempre che costa troppo e che i soldi non ci sono. A parte che, come abbiamo visto, poi si devono trovare per riparare i danni, in realtà i soldi ci sono. E neanche pochi. Ma non si spendono. Perché sono in troppi a dovere o volere decidere, si rivendicano competenze, tra vari Ministeri e tra Governo e Regioni. E alla fine si rallenta tutto. Servirebbe, invece, un coordinamento centrale veramente operativo. Era stato predisposto un Piano nazionale per più di 10mila opere e si prevedeva di spendere 30 miliardi in 15 anni, 2 all’anno. Ma tutto si è fermato. Così, mentre piove sempre più violentemente, non si riescono a spendere i fondi: bloccati i 400 milioni per la messa in sicurezza del Sarno (l’enorme frana del 1998 provocò 160 morti), gli 800 per la Sicilia (un anno fa a Casteldaccia per l’esondazione di un torrente morirono 9 persone) e 120 per il Seveso che regolarmente esonda invadendo Milano. Fondi che, lo ripetiamo, ci sono. Sei miliardi li ha ancora il Ministero dell’Economia (eredità #Italiasicura), 3 sono fondi regionali, 2 li ha il Ministero dell’Ambiente. Ben 11 miliardi, pronti, disponibili. E l’Europa ha risposto positivamente alla richiesta italiana di flessibilità per queste spese. Serve qualcuno che coordini, che richiami ognuno alle proprie responsabilità, che coinvolga i territori, a partire dalla Regioni, senza imporre ma convincendo, affiancando e, se necessario, sostituendo. Da noi si grida dopo la tragedia, ci si scaglia contro per uscirne sempre puliti. A marzo è stato presentato "ProteggItalia", il Piano nazionale per la sicurezza del territorio. Coinvolti vari Ministeri ma la "cabina di regia" torna a palazzo Chigi. Cifra prevista? Proprio undici miliardi. Una positiva correzione. Purché ora si spendano davvero. Anzi s’investano. In fretta e bene. Forse c’è ancora tempo.