Dialogo

Le problematiche della didattica a distanza

Oggi è il 4 gennaio 2021, in teoria tra tre giorni si rientrerà in classe al 50%, in teoria, perché sempre più assordanti sono le trombe di chi vorrebbe procrastinare il rientro in classe per scongiurare la terza ondata del contagio da Covid 19 e, ovviamente si capisce, niente non è. Ho raccolto del materiale editoriale e giornalistico per fare un po’ di brainstorming. Due espressioni, una verbale e l’altra iconica, tramite un correlativo oggettivo, mi hanno colpito durante questa operazione di raccolta di materiali: genocidio culturale e la Ferrari al posto della bicicletta. Mi piace però iniziare la mia riflessione sulla scuola in tempi di pandemia con la concretezza del punto di vista economico. Patrizio Bianchi ricorda che, successivamente al terremoto che nel maggio del 2012 colpì i paesi intorno a Mirandola, proprio in veste di assessore alla regione Emilia Romagna, comprese che «nella scuola stia il battito della società». Bianchi infatti, a chiosa della decisione dell’epoca di ripartire dalle scuole e inaugurare il nuovo anno permettendo a tutte le classi di riunirsi, sin dal primo giorno, in ogni luogo possibile a partire dalle piazze in cui erano state da poco rimosse le macerie, afferma che le sorti dell’economia e del benessere sociale dipendono strettamente dalla qualità dell’istruzione. In sostanza per una conversione economica improntata alla sostenibilità sociale e ambientale, a cui si richiama il programma del Next generation EU, l’ex assessore fa notare come ora sia più che mai necessario “alimentare intelligenze, energie e competenze che non possono che venire da una scuola ripensata e riprogettata a fondo, a partire dai suoi segmenti più fragili e dai luoghi in cui c’è maggiore bisogno di istruzione”. Eppure l’Italia è lo stato in Europa in cui si sono registrate le maggiori sospensioni delle lezioni in presenza durante la pandemia e addirittura ci sono zone, come la regione Campania, dove, dal 5 marzo 2020 ad oggi, ci sono stati solo dieci giorni di lezione in presenza. Io in realtà insegno in un’istituzione scolastica che sin dal 9 marzo si è operata per affrontare l’emergenza, rivelandosi capace di mettersi in discussione procedendo per tentativi ed errori, aggiustando il tiro, rivisitando una professionalità in molti casi ormai assestata su cifre consolidate da anni. L’Italia e il sistema scuola però sono una realtà variegata dove convivono situazioni diametralmente diverse e diviene dunque difficile tracciare un quadro sintetico e, nello stesso tempo, complessivo, ma certamente la struttura a macchia di leopardo che sembra emergere da un’analisi accurata non contribuisce a creare “il battito della società” perché alimenta il divario sociale, economico, generazionale e contribuisce a determinare un “genocidio culturale”. Il problema diviene ancora più complesso se si riflette sulla Dad non solo sull’aspetto meramente tecnico e didattico del rapporto apprendimento-insegnamento, ma anche su quello umano e relazionale e se soprattutto si vuole mirare al raggiungimento dell’Obiettivo 4 dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile: “Fornire un’educazione di qualità, equa ed inclusiva, e opportunità di apprendimento per tutti”. Come ampiamente affermato dalla Nota 388 del 17/03/2020 sulla didattica a distanza e ripreso poi dalle Linee guida per la Didattica Digitale Integrata “la Scuola ha il compito di rispondere in maniera solida, solidale e coesa, dimostrando senso di responsabilità, di appartenenza e di disponibilità, ma soprattutto la capacità di riorganizzarsi di fronte a una situazione imprevista, senza precedenti nella storia repubblicana, confermando la propria missione. Perché la lontananza fisica, quando addirittura non l’isolamento, non possono né devono significare abbandono”. E ancora: “Perché in questo essenziale elemento consiste il ‘fare scuola’: insegnare e apprendere, insieme”. Se però fare scuola a distanza significa dunque anzitutto stabilire e mantenere un contatto, continuando a coltivare quel senso di appartenenza ad una comunità educante che si struttura sui valori fondanti della nostra società e trova rispondenza nella funzione sociale esercitata dalla scuola e declinata nella nostra Costituzione, immediatamente balzano agli occhi tutti limiti e le problematiche strutturali che la stessa presenta e soprattutto diviene significativo il correlativo oggettivo di una Ferrari consegnata a chi era abituato a spostarsi con la bicicletta e che irrimediabilmente rimane parcheggiata . La scuola è infatti un micromondo, un ambiente estremamente complesso nel quale si riflette la complessità della nostra società con tutte le sue differenze: economiche, sociali, di etnia, di cultura, di religione, di carattere e di educazione, differenze familiari, di genere, differenze relative alle abilità personali. Normalmente queste varietà, questi scarti vengono compensati dal legame di relazione e dal contatto personale con gli alunni, su cui si basa la didattica in presenza, che mancano nella Dad che invece acuisce proprio quegli scarti e quelle varietà. Il diritto allo studio infatti non viene garantito esclusivamente dal possesso degli strumenti necessari per la connessione. La Dad così finisce per divenire un generatore di differenze, uno strumento, se non di esclusione, comunque di disturbo dell’inclusione perché “non rispetta alcuni principi costituzionali: non si realizza una “formazione sociale” né si pratica la solidarietà (art. 2 Cost.), si ha un livellamento e non si rimuovono gli ostacoli (art. 3 Cost.), non si ha libertà di metodologia (art. 33 Cost.), non consente una scuola aperta a tutti perché attraverso uno schermo non si può tenere conto delle differenti esigenze né dei capaci e meritevoli (art. 34 Cost.)”. Se poi Educare è come amare, perché si basa su una relazione, esso non si può fare attraverso mezzi, filtri, schermi perché si ha bisogno di sguardi diretti, contatti, vicinanza, contesto, atmosfera circostante. Anche nel rapporto tra insegnamento e apprendimento si parla non casualmente di “erotica”. Non è un caso infatti che il grande pensiero filosofico occidentale sia segnato come un filo rosso dall’idea dell’unicità e della sacralità del rapporto che si crea tra allievo e maestro, appunto dalla loro relazione. Ancora più problematica però appare la Dad se si considera che non c’è apprendimento senza una costruzione attiva della conoscenza che passi attraverso l’esperienza. Con le attività di Dad non è infatti semplice né scontato che “ogni studente sia coinvolto in attività significative dal punto di vista dell’apprendimento” come si legge ancora nella Nota n.388, mancando proprio la fase esperienziale e relazionale. Queste Riflessioni divengono quanto mai necessarie nel caso di alunni con Bes per i quali è fondamentale una costante individualizzazione del percorso formativo, operazione sempre più difficile nell’insegnamento a distanza che tende invece ad omologare i processi di lavoro. Proprio in virtù di tutte queste considerazioni, l’eventualità di una necessità di prolungamento della Dad mi crea apprensione, mi richiama l’idea di “un genocidio culturale” e mi spinge a rappresentare l’attività di insegnamento a distanza con l’immagine di una Ferrari ferma, inerte in un parcheggio.

Isabella Spurio, docente Liceo Classico F. Stelluti