Dialogo

C'è ancora spazio per l'uomo?

Il 21 settembre 1830 si inaugurava la linea ferroviaria Liverpool-Manchester, la prima nel mondo; la locomotiva, progettata e costruita dall’ingegner George Stephenson, era stata battezzata “The Rocket”, nome del tutto esagerato per una velocità di trenta chilometri l’ora, comunque eccezionale per l’epoca. Non è invece esagerato (neanche oggi) definire storico l’evento, che centonovanta anni fa iniziava la stagione della modernità nei trasporti terrestri. Di questo, dovettero accorgersi subito anche i contemporanei, che celebrarono con entusiasmo l’iniziativa e coprirono di onori il geniale inventore. Pure, tra il pubblico che fu presente all’avvenimento o ne sentì parlare dagli altri, non pochi guardarono con diffidenza a quel mostro che camminava da solo, senza essere trainato né da cavalli né da uomini, e sospettarono che il muoversi di quelle leve e di quelle ruote avesse qualcosa a che fare con un intervento satanico. Noi, del Ventunesimo secolo, siamo certo molto più smaliziati di quei nostri antenati e poco portati a credere a interventi soprannaturali, specie in materia di meccanica e di tecnologia. E tuttavia, non possiamo negare di percepire un sottile odore di diabolico zolfo quando ci capita di vedere robot di varie forme e dimensioni compiere da soli le operazioni più impensate e impensabili, in molti casi dando dei punti alle nostre capacità manuali, visive e sensitive. In effetti se, alla fin fine, la locomotiva di Stephenson aveva bisogno di essere governata e guidata da un uomo, i robot sembrano essere sempre più in grado di farne a meno, e non solo nei movimenti meccanici ma anche nelle capacità di scelta e di decisione. Siamo dunque, all’ultimo passo di un progressivo percorso plurimillenario che ha visto l’uomo governare l’energia dall’accensione del primo fuoco al vapore e all’elettricità, sostituire lo sforzo dei suoi muscoli con quello degli animali (e purtroppo, con quello degli schiavi), poi con quello delle macchine sempre più complesse, comunicare con i suoi simili passando dal tam-tam al telefono, alla radio, alle tecnologie digitali, alle social network. A quello che è lo stato dell’arte oggi, non è fantascienza chiedersi quando saremo in grado di sostituire con un algoritmo complesso, e più o meno integralmente, il funzionamento del nostro cervello. Si pongono allora, a nostro avviso, alcune non semplici questioni. L’uno è la possibile struttura di una società governata, se non dai robot, da coloro che possiedono la tecnica nel progettarli e nel programmarli, e quindi anche nell’indirizzarli verso il male o il bene di tutti coloro che questa tecnica non possiedono o non sono in grado di acquisirla; in poche parole, potremmo avere una società divisa in classi, tra pochi eletti cyberdominanti e una maggioranza di cybersoggeti. Una minima anticipazione di tutto ciò può essere data dal modo con cui i produttori di apparecchi digitali di consumo e i gestori di reti informatiche sono in grado di gestire il mercato imponendone le scelte, impadronirsi delle informazioni, orientare l’utenza e, in casi non troppo limitati, formare il carattere dei singoli utenti. Si pone quindi, un problema con risvolti etici non trascurabili, quello che un tempo si chiamava, un po’ volgarmente “ammasso dei cervelli”, con le conseguenze drammatiche che, in altri tempi e con altri strumenti, si sono verificate. L’altra questione è una domanda, semplice solo in apparenza: con l’avvento della digitalizzazione totale e dell’intelligenza artificiale, che cosa resta all’Uomo (usiamo la maiuscola non a caso…)? La risposta non è facile, anche perché ciò che abbiamo chiamato Uomo è in realtà una moltitudine immensa di persone diverse, e magari, molte di loro sono disponibili a adattarsi al dominio digitale. A noi sembra di poter dire che, per quanto la nostra vita futura potrà essere sempre digitalizzata (e lo sarà, ne siamo certi) a noi, Uomo, resta quello ci portiamo appresso da sempre, nel bene e nel male, da quando mezzo milione di anni fa un nostro simile accese il primo fuoco: questo, più che il raziocinio, sempre più codificabile, è l’immaginazione, che non può mai essere chiusa in un codice, è il saper vivere in un mondo dove, per dirla con Amleto “ci sono molte più cose fra la terra e il cielo di quante possa sognarne la nostra filosofia”.

Mario Bartocci